Ci ho pensato e ripensato a lungo prima di scrivere queste memorie. Poi mi sono fatto coraggio, e ho preso la decisione. Mi ha aiutato, nel farlo, anche l’avere, sfortunatamente, del tempo – tanto tempo, tempo da vendere, tempo da buttare. Un oceano, come quello che osservo da questa finestra, di fottutissimo tempo…Il tempo corrispondente alla pena che mi è stata inflitta e che mi ha fatto finire in galera, in una prigione dello Stato di New York. Al tempo stesso, avevo assolutamente bisogno di mettere questa storia nero su bianco, perché, a dispetto di quanto ne pensi qualcuno dei miei ex complici, ho una specie di coscienza, e non è gradito al mio senso estetico vedere la gente finire sul lastrico, o su una strada, magari trascinando degli scatoloni nei quali dovrà trascorrere la notte. Vendere è una parola magica, che io, noi adoriamo (o, forse, a questo punto, sarebbe meglio dire che io adoravo). Quando scrivo “noi”, non intendo un gruppo di amici, una combriccola, una camarilla. Non intendo ovviamente la società del bowling o una confraternita di ex fellow dell’università. Dove pure – in quelle della Ivy League (e dove sennò?) – molti di noi si sono effettivamente incontrati per la prima volta. No, intendo un complesso di persone di livello sociale e con un quoziente di intelligenza nettamente superiori alla media dell’uomo della strada, un gruppo largo che è stato chiamato variamente e con nomi diversi, il preferito tra i quali (lo aveva coniato un discreto scrittore statunitense, Tom Wolfe) resta per me Masters of Universe. Anch’io sono stato uno di loro, un membro del club esclusivo di coloro che, attraverso la finanza, hanno accumulato fortune immense e ricchezze inconcepibili ancora fino a pochi decenni fa. Ricchezze inimmaginabili perché frutto di un capitalismo che non esisteva in precedenza, e che abbiamo creato direttamente noi, da bravi (e a lungo vincenti) apprendisti stregoni.
Un capitalismo che è stato definito ed etichettato in vari modi e rispetto a cui ho, ancora una volta, una mia personale preferenza. “Turbocapitalismo”, come l’ha chiamato il politologo e molto altro Edward Luttwak, uno di noi. Turbocapitalismo perché veloce, rapace, privo di limiti,capace di immensi arricchimenti improvvisi, insofferente nei confronti delle regole che piacciono tanto al liberalismo progressista e a tutto l’arcipelago, piuttosto fuori moda, di posizioni politiche chiamato “sinistra”.
Questa che sto scrivendo, per usare un’immagine che sicuramente piacerebbe ai dietrologi (da sempre tra i nostri più acerrimi detrattori e, anche quando hanno ragione, comunque mortalmente noiosi), ma anche a tanta gente comune che adora i gialli e le macchinazioni,è la storia di un GRANDE COMPLOTTO Sì, proprio una gigantesca e ramificatissima cospirazione. Riuscita, anzi riuscitissima. Ma che ha finito per rivoltarsi contro i suoi creatori, lasciando alcuni di noi sotto i calcinacci. Succede spesso così, alla fine, nella storia, e quindi probabilmente dovevamo aspettarcelo. Ma quelli che ci hanno lasciato le penne sono stati soltanto le pedine: perché quelli davvero furbi e onnipotenti, i membri del nucleo ristrettissimo della Superclasse, i veri Signori dell’Universo, come si può immaginare, l’hanno fatta franca.
Archivio per marzo 2009
